Le Torri dell'Acqua
Resoconto di Aryn il Drago dell'acqua
Quando gli eroi uscirono dalle Torri dell’Acqua, li radunai. Non ero entrato con loro, non potevo. Un drago può molte cose, persino cambiare forma. So per certo che se provassi ad entrare nelle Torri dell’Acqua, il mio corpo andrebbe in frantumi dopo il primo passo, ma questa è un’altra storia.
Non sapevo ancora che cosa fosse accaduto. Pertanto lo domandai:
«Avete chiuso le porte che si erano aperte? Che cosa è accaduto dentro le Torri? E che cosa avete trovato?»
Le loro prime testimonianze furono brevi, ancora segnate dall’urgenza del ritorno. Nei giorni successivi, i bardi che avevano seguito le loro gesta mi portarono resoconti più ampi. Intrecciando le prime testimonianze con i racconti cominciai a capire che cosa fosse accaduto.
Le porte interne erano state forzate dalla Creatura Metallica; il Riflesso di Koharu aveva indicato agli avventurieri il punto da cui cominciare; ogni gruppo aveva affrontato e chiuso la porta che gli era stata affidata. La Torre si era stabilizzata quel tanto che bastava per rendere accessibili corridoi prima irraggiungibili.
Le Cronache dell’Era Alabastro.
In una sala antica è stato trovato un libro mutilato: le Cronache dell’Era Alabastro.
Ho cercato nella mia memoria e poi ho chiesto l’aiuto di Sargon Prescott, non ricordandomi che è da poco passato a miglior vita. Ho parlato allora con i rappresentanti delle 5 torri maggiori di Numasor e poi con Bracodonio, ma nessuno rammentava questo testo che era stato privato di alcune pagine specifiche.
Non era stato bruciato, né strappato da mani comuni. Una magia senza nome aveva tentato di cancellarne il senso. Le tracce della distruzione sembrano indicare magie veicolate dal linguaggio delle stelle. Motivo per il quale ho chiesto udienza al re dei giganti, Kobiashi, presso L’impero dell’Ovest. Prima ancora che Kobiashi mi dia ulteriori informazioni, di una cosa sono sicuro, questo non è un testo prodotto nel continente, è un manufatto extraplanare.
La storia dei frammenti
Le compagnie di eroi trovarono nelle biblioteche e in altri luoghi delle torri, frammenti, pagine, pezzi di libro strappati e nascosti. La storia che ricostruiscono è a dir poco affascinante e la trascrivo nella colonna di fianco a questa.
La domanda che mi sono fatto riguardo alla condotta di Jor non ha avuto ancora una risposta degna, ma qualche speculazione è nata: distruggere questo testo per noi che viviamo nel continente è quasi impossibile. Si dovrebbe essere dei sapienti nel linguaggio delle stelle e anche esperti di magia elementale. Una cultura di questo genere oggi è inimmaginabile e le Torri dell’Acqua stesse sono state riaperte solo di recente. Qualcuno ha operato in un dato momento della storia per tentare di nascondere le informazioni oggi rinvenute dagli eroi. Letta la storia che tentavano di cancellare, viene fuori che si tratta di una spiegazione che di fatto ci consegna il vero nome di Jor e ci spiega anche come costui sia il responsabile e il creatore del Navigator e della possibilità di esplorare il vuoto equidistante da ogni piano di esistenza. La speculazione più prossima che posso fare con tali elementi a disposizione è che sia stato lo stesso Jor a tentare di cancellare questa parte della sua vita e della nostra storia. Come sempre però il movente mi sfugge!
Le compagnie hanno trovato anche altro nelle Torri dell’Acqua e si sono spinte sino ad attirare le attenzioni dello stesso Jor. Il riflesso di Koharu è certo che sia andata così e che il nostro nemico abbia reagito. Non poteva combattere di persona: presentandosi nel piano di Emnotork avrebbe perso molti dei suoi poteri. Cercò allora di proteggere l’opera che aveva compiuto nei giorni precedenti. Mandò alleati a difendere delle aperture che sarebbero state varco dal non-luogo al continente per creature chiamate: Divoramondo.
Le compagnie sono riuscite a chiudere molti di questi varchi, nonostante fossero vigilati, ma non tutti, ed in alcune località sono arrivate queste creature.
L’invasione dei Divoramondo
le località indicate dagli strappi rimasti aperti che dovranno essere maggiormente vigilate da adesso in avanti sono:
- Mesa Negra (città)
- Porto dei Gerofanti
- Seta di Sabbia
- Colonia di Elgem
- Rosso Fosso
- Antiche rovine elfiche
- Lo Ziggurat
- Città di Stagno
- Castel Di Nitro
- Arcipelago Sei’Derin.
Lo scopo principale di Jor è distruggere Emnotork, farlo cadere nel nulla del Non-Luogo, non dubito che queste creature siano state inviate per operare in tal senso.
L’ultima scoperta fatta è stato il Cuore di Koharu, il primo pezzo di un set di 5 elementi. Costruito dallo stesso Jor secondo le testimonianze raccolte dai frammenti de Cronache dell’Era Alabastro deve essere stato forgiato più volte proprio per indagare il non-luogo in una fase di esplorazione sperimentale. Le creature che ne erano in possesso non erano extraplanari, Jor gli ha dato un pezzo del Navigator per poter operare tra i piani.
La speculazione
Tale condotta mi ha molto incuriosito. Forse è la prima crepa che vedo nel suo operato. Ha corso un grande rischio, forse il nostro nemico è più alle corde di quanto pensassi o ci ha sottovalutato. Forse pensava che non avremmo sconfitto i suoi alleati e che pertanto il pezzo del Navigator non ci sarebbe mai arrivato, ma poi un nuovo sospetto è emerso. Jor non è potente nel continente come lo è nel Non-Luogo, per questo agisce sempre non spostandosi da lì. Ci sta fornendo gli strumenti per andare a combattere nel luogo che gli è più congeniale? E poi mi sono chiesto, se fosse così, perché avrebbe distrutto le pagine che narrano dei primi momenti in cui il set è stato costruito. Sarebbe stato utile farcele trovare.
Poi però mi sono fermato un attimo e ho riflettuto su un dato semplice. La creatura Metallica è qui da millenni, l’azione di strappare quelle pagine può averla fatta in un momento molto lontano da oggi e per ragioni che forse hanno perso perfino la loro importanza nel nostro presente. Una delle difficoltà di questa storia è proprio il tempo. Nessuna azione, se vista a distanza di secoli, ha lo stesso valore. Tutto viene ridimensionato sotto una luce diversa rendendoci più complesso ricostruire la caratura di un tale evento nel flusso infinito della storia.
Tornando al presente: La minaccia di Jor incombe, dobbiamo vigilare Emnotork, eliminare i Divoramondo.
Ricostruzione dei 100 Frammenti
La ricostruzione dei Frammenti in un discorso unico si deve ad alcuni eroi che hanno tentato, fallito e risolto. Voglio farne i nomi:
- Torvald Runascolpita (GDR 21 — Red Line 16)
- Nil Ingerul (GDR 30 — Red Line 7)
- Gru (GDR 40 — Red Line 14)
- Drivil Ciarciano (GDR 34 — Red Line 12)
- Azrael (GDR 26 — Red Line 13)
- Vharzug (GDR 11 — Red Line 11)
- Craft Cerann (GDR 42 — Red Line 10)
- Ragnar Wood (GDR 38 — Red Line 8)
Dare un nome al Non-Luogo
Quando i custodi delle biblioteche di New Numa iniziarono a raccogliere le testimonianze della Tradizione del Vuoto, scoprirono che molti dei manoscritti considerati estranei l’uno all’altro custodivano in realtà versioni differenti della medesima domanda, tramandata da uomini e donne che non avevano mai condiviso una lingua, un sovrano o
una fede: dove risiedono i mondi e che cosa permette loro di esistere separati senza cessare di appartenere a un medesimo ordine? La domanda precedeva le prime misurazioni conosciute e compariva persino nei canti raccolti da Esra Nemed, la viaggiatrice che aveva dedicato la propria vecchiaia a
trascrivere le tradizioni delle città costiere prima che la morte degli ultimi cantori le rendesse irrecuperabili. Nemed aveva incontrato espressioni come Mare Esterno e Dimora delle Distanze, mentre nelle regioni interne la stessa immensità veniva indicata attraverso immagini meno legate al viaggio, fra le quali ricorreva quella di
una sala priva di pareti, nella quale ogni cosa trovava posto senza che nessuno avesse mai potuto raggiungerne il limite. Il sacerdote Odran Sevel preferiva chiamarla Grembo senza Pareti, poiché riteneva che la parola «sala» suggerisse una costruzione e inducesse troppo facilmente i suoi discepoli a immaginare
un artefice del quale non possedevano alcuna testimonianza. Sevel insegnava che la venerazione poteva nascere anche dal riconoscimento della propria ignoranza, e durante le lezioni chiedeva agli allievi di elencare tutto ciò che credevano di sapere sull’immensità, per poi mostrare loro quanto spesso avessero confuso una certezza con
un’immagine ricevuta nell’infanzia. Questo esercizio divenne celebre nei collegi, sebbene molti maestri ne dimenticassero l’origine religiosa. La Tradizione del Vuoto crebbe proprio attraverso simili passaggi, quando una domanda formulata nella preghiera diventava materia di filosofia e un ragionamento filosofico suggeriva nuove osservazioni agli studiosi che indagavano
la natura della magia. Nessuna autorità riuscì a raccogliere tutte queste scuole sotto un unico insegnamento, né mancarono dispute aspre fra coloro che ritenevano di riconoscere nell’immensità un ordine sacro e quanti, come il matematico Maeron Tal, chiedevano anzitutto di poter distinguere ciò che era misurabile da
ciò che era soltanto sperato. Nei suoi quaderni Tal impiegava il nome Intervallo Primo, accompagnandolo con annotazioni tanto minuziose da scoraggiare i lettori meno pazienti. Era convinto che le parole dovessero essere scelte con prudenza, perché una denominazione inesatta poteva introdurre nel ragionamento un errore destinato a
sopravvivere per generazioni. Per questa stessa ragione il filosofo Aren Dhal aveva criticato l’uso della parola «vuoto», osservando che nel linguaggio comune essa indicava soprattutto una mancanza. Chi si accostava alla Tradizione doveva invece imparare a concepire una vastità capace di contenere, e comprendere che l’assenza di ciò che gli era familiare
non autorizzava a dichiarare assente ogni cosa. Anche il termine Non-Luogo, diffusosi in seguito fra i collegi, portava con sé un’insidia simile. Esso ricordava la difficoltà di applicare all’immensità le consuete nozioni di posizione, ma veniva spesso frainteso da chi lo interpretava come il nome di
qualcosa che non esisteva.
Una cornice in movimento
Ilyra Venn dedicò le prime pagine della propria opera a correggere questo equivoco, prima ancora di presentare le osservazioni che l’avrebbero resa celebre. Nell’anno duecentosedicesimo dell’Era dell’Alabastro, davanti agli studiosi riuniti per ascoltarla, sostenne che i piani di esistenza dovevano essere compresi anche attraverso
ciò che li accoglieva. Un anziano esaminatore le domandò dove avesse trovato abbastanza spazio per collocare tutti i mondi rappresentati nelle sue tavole. Venn lasciò che nella sala terminassero le risate, quindi rispose che proprio quello spazio costituiva l’oggetto della sua ricerca e che nessuno avrebbe potuto confutarla limitandosi a
ripetere la domanda dalla quale era partita. Le tavole descrivevano i piani come parti di una realtà più vasta, entro la quale risiedevano e mantenevano rapporti reciproci. Per spiegare questa relazione Venn ricorse all’immagine di una cornice enorme, avvertendo tuttavia che il paragone non implicava l’esistenza di
un bordo conosciuto. Nessuna osservazione aveva raggiunto il termine dell’immensità, e nessuno degli strumenti disponibili permetteva di attribuirle una misura complessiva. La cornice indicava ciò entro cui i piani potevano esistere, fluttuando in una vastità incalcolabile che le rappresentazioni dei copisti riducevano inevitabilmente a
una superficie immobile. Venn considerava proprio questa immobilità uno dei difetti più pericolosi delle proprie illustrazioni, poiché le parti del Non-Luogo erano in costante movimento. Una tavola poteva mostrarne i rapporti soltanto rinunciando a descrivere interamente il loro mutare nel tempo e nello spazio, e richiedeva pertanto
di essere letta insieme alle annotazioni che l’accompagnavano. Maeron Tal riconobbe immediatamente l’importanza di questo limite e iniziò a confrontare osservazioni raccolte in momenti differenti. Dopo anni di lavoro arrivò a sostenere che il movimento dei piani conservasse regolarità precise, benché le loro posizioni non potessero essere considerate
immutabili. Le distanze variavano entro intervalli determinati, e tali variazioni sembravano rispettare rapporti che nessuna osservazione isolata avrebbe permesso di riconoscere. Tal consumò interi quaderni nel tentativo di descrivere come parti in continuo movimento potessero mantenere un ordine senza rimanere vincolate per sempre alla
medesima disposizione. La sua allieva Neris Calven costruì modelli mobili per rendere comprensibile il problema agli studenti, impiegando supporti che consentivano di modificare contemporaneamente più posizioni. Durante ogni dimostrazione ricordava però che quei sostegni appartenevano al modello e che nel Non-Luogo nessuno aveva dimostrato l’esistenza di
legami materiali equivalenti. I modelli di Calven furono copiati in numerosi collegi, spesso senza l’avvertenza della loro inventrice. Da questa omissione nacquero interpretazioni che ella dovette combattere per anni, finché scrisse che la prima responsabilità di un maestro consisteva nell’impedire ai propri allievi di scambiare gli strumenti della comprensione per
le cose che si cercava di comprendere. La cornice di Venn, il mare dei cantori e i sostegni di Calven offrivano ciascuno una rappresentazione parziale dell’immensità. Nessuno di essi permetteva di rispondere alla domanda che avrebbe occupato gli ultimi quaderni di Tal: se la vastità contenente i piani fosse a sua volta
contenuta in altro. Il matematico lasciò questa possibilità fra le questioni irrisolte, rifiutando di attribuire proprietà a ciò che nessuno aveva osservato. Alcuni discepoli lo pregarono di svilupparla, ma egli rispose che una domanda poteva meritare di essere conservata anche quando non si possedevano
i mezzi per affrontarla. Ancora oggi ignoriamo se oltre la cornice vi sia qualcosa capace di accoglierla, e persino la parola «oltre» rischia di suggerire condizioni non dimostrate. Sappiamo soltanto che il Non-Luogo ospita i piani conosciuti e che la nostra incapacità di misurarne il termine non basta a
stabilire quale sia la sua relazione con tutto ciò che potrebbe sfuggire alla nostra osservazione. Questa prudenza non impedì alla Tradizione del Vuoto di progredire.
L’Energia del Non-Luogo
Le ricerche di Seryn Avar mostrarono infatti che l’immensità possedeva manifestazioni riconoscibili anche attraverso un altro genere di indagine, rivolta soprattutto ai grandi quantitativi di energia che essa sembrava
assorbire e rilasciare. Avar aveva raccolto registrazioni provenienti da osservatori diversi, insoddisfatta delle spiegazioni che attribuivano ogni fenomeno alle sole attività interne dei singoli piani. Alcune misure coinvolgevano grandezze che quei modelli non riuscivano a giustificare, obbligando la studiosa a interrogarsi sul contributo della
cornice stessa. Il suo lavoro spostò l’attenzione dalle sole posizioni dei mondi a ciò che avveniva nell’immensità che li conteneva. I registri descrivevano assorbimenti imponenti, accanto ai quali comparivano rilasci altrettanto difficili da ricondurre a un’origine conosciuta; restava tuttavia incerto se e come gli uni fossero legati
agli altri. Avar respinse la conclusione affrettata secondo cui ogni rilascio dovesse essere la semplice restituzione di energia precedentemente assorbita. Per dimostrarlo sarebbe stato necessario seguire trasformazioni e passaggi che nessuno strumento permetteva ancora di osservare, mentre le misurazioni disponibili mostravano soltanto alcune manifestazioni di
un’attività molto più vasta. L’espressione «produzione e consumo del Vuoto» si diffuse nei collegi perché riassumeva efficacemente l’aspetto dei fenomeni registrati. Avar la impiegava con cautela e faceva aggiungere alle copie dei propri studi una nota nella quale ricordava che dare un nome a un processo non equivaleva a
conoscerne il funzionamento. Il ricercatore Deren Oss propose che quell’attività partecipasse al mantenimento degli equilibri individuati da Tal, collegando così due ambiti rimasti a lungo separati. Per approfondire l’ipotesi occorreva confrontare le variazioni delle distanze con gli assorbimenti e i rilasci, un lavoro ostacolato dalle
lacune dei registri. Oss dedicò anni a ordinare dati raccolti da scuole che avevano usato strumenti e criteri differenti. Scoprì che molte apparenti contraddizioni nascevano proprio da quelle differenze, mentre altri risultati, pur essendo confrontabili, continuavano a resistere a ogni tentativo di inserirli in
una spiegazione comune. Alcuni seguaci di Odran Sevel descrissero l’assorbimento e il rilascio di energia come il respiro dell’immensità, e l’immagine entrò nei loro insegnamenti. Seryn Avar ne riconobbe la forza evocativa, ma chiese che non venisse usata come prova dell’esistenza di una volontà nascosta dietro
i fenomeni osservati. Era convinta che l’attività energetica fosse indispensabile agli equilibri della cornice, pur ignorando attraverso quali processi tale necessità si realizzasse. Questa convinzione divenne largamente condivisa, mentre rimasero aperte le domande su che cosa accadesse all’energia quando cessava di essere misurabile e su come potesse
tornare a manifestarsi. Lo studio aveva dunque riconosciuto un ordine mobile e una continua attività, senza poter ricostruire interamente le relazioni fra i due.
Dalle misurazioni alla navigazione
A impedire ulteriori progressi contribuiva anche la condizione degli osservatori, costretti a interrogare l’immensità attraverso strumenti concepiti entro le regole del
proprio piano. I risultati potevano essere accurati e tuttavia parziali, come la descrizione di una grande sala ottenuta guardando attraverso un’apertura troppo stretta. Per questa ragione i collegi iniziarono a discutere con crescente insistenza la possibilità di affiancare alle misurazioni l’esperienza diretta di qualcuno capace di
percorrere il Non-Luogo. La proposta sollevava difficoltà che non potevano essere risolte mediante il solo perfezionamento degli osservatori. Una creatura legata alle condizioni del proprio piano avrebbe dovuto affrontare problemi di sopravvivenza, orientamento e ritorno, ciascuno dei quali poteva rendere inutile una soluzione valida soltanto per
gli altri. I trattati cominciarono così a distinguere fra oltrepassare un confine e compiere una navigazione, poiché la riuscita del primo atto non assicurava quella del secondo. Un viaggiatore poteva raggiungere ciò che desiderava studiare e trovarsi comunque privo dei mezzi necessari a comprendere la propria posizione o a
ritrovare il punto dal quale era partito. Molti studiosi consideravano queste difficoltà inseparabili dalla natura stessa della creatura e dubitavano che strumenti esterni potessero compensarle. Fu proprio su tale dubbio che intervennero i primi disegni di Julian Orwen Reddit, presentati a New Numa quando il loro autore era ancora
un ragazzo. Julian affrontava il problema attraverso la tecnomanzia, cercando materiali capaci di accompagnare un essere vivente nel Non-Luogo senza richiedergli le caratteristiche di un extraplanare. Nei suoi appunti le grandi questioni cosmologiche lasciavano spazio a difficoltà concrete, esaminate dal punto di vista di chi avrebbe dovuto
affrontarle personalmente. Le soluzioni erano distribuite fra cinque elementi, concepiti per operare insieme secondo rapporti che il giovane continuava a perfezionare. Chi esaminava un solo disegno riceveva inevitabilmente spiegazioni che rimandavano agli altri quattro, perché Julian sosteneva che il valore di ciascuna parte dipendesse anche da
come essa si accordava con le restanti. Questa insistenza rendeva faticose le prime discussioni, nelle quali gli esaminatori cercavano spesso di isolare un problema alla volta. Il ragazzo accettava di seguirli finché il ragionamento rimaneva utile, poi tornava a ricomporre l’insieme, mostrando dove una conclusione apparentemente soddisfacente avrebbe compromesso
il funzionamento complessivo. Il tecnomante Hadrien Pell riconobbe presto una coerenza in quei rimandi e chiese a Julian quali opere avesse studiato per arrivarvi. Il giovane indicò letture, esercizi e ricerche personali, ma ammise che nessuna di queste cose spiegava interamente l’origine delle intuizioni sulle quali aveva fondato
il progetto. Pell pensò inizialmente che il ragazzo volesse custodire qualche segreto, oppure attribuire alla propria invenzione un’aura di mistero. Dovette rivedere quel giudizio quando Julian cominciò a discutere apertamente i passaggi più difficili, dimostrando di essere disposto a condividere tutto ciò che riusciva a
esprimere. Restava però una zona che il giovane non sapeva chiarire, e sulla quale le sue risposte diventavano esitanti. «Ricordo il momento in cui ho scritto alcune soluzioni», dichiarò durante un esame, «ma quando cerco il momento in cui le ho scoperte mi sembra di
non trovarlo.» Gli esaminatori gli domandarono se qualcuno gli avesse mostrato quei procedimenti molti anni prima, magari durante l’infanzia. Julian rispose di non possedere un ricordo simile e aggiunse che la sensazione era diversa, come se il problema incontrasse dentro di lui qualcosa già capace di
riconoscerlo. Non sapeva dire da dove provenisse quella conoscenza e non riteneva corretto attribuirsene interamente la scoperta. Talvolta impiegava parole che sembravano alludere a un ricordo; altre volte le respingeva, spiegando che mancavano immagini, luoghi e persone attraverso i quali potesse collegare quel sapere a
un’esperienza precisa. Questa incertezza non lo esonerava dalle difficoltà del lavoro quotidiano, poiché molte intuizioni richiedevano correzioni prima di poter essere tradotte in un disegno comprensibile. Julian trascorreva lunghe ore a verificare rapporti e riscrivere annotazioni, spesso insoddisfatto della distanza fra ciò che sentiva di comprendere e ciò che riusciva a
dimostrare. Pell consigliò di separare la questione dell’origine del sapere da quella della validità delle soluzioni, sostenendo che ciascuna meritasse un’indagine propria. Un’invenzione poteva funzionare anche se il suo autore non era in grado di raccontarne la nascita, ma per stabilirlo occorrevano prove che i soli fogli non avrebbero potuto
sostituire. La maggior parte degli studiosi non mostrò particolare interesse per il progetto, che richiedeva risorse considerevoli prima di promettere risultati verificabili. A New Numa giungevano continuamente proposte straordinarie, e il nome di un giovane poco conosciuto faticava a distinguersi fra quelli di inventori già sostenuti da
maestri influenti.
L’incontro con Robert Wright
Le singolari dichiarazioni di Julian circolarono tuttavia oltre gli ambienti della tecnomanzia, fino a raggiungere Robert Wright, detto “La triangolazione di Lory”. Studioso di animanzia e appassionato di filosofia, Wright stava ancora cercando testimonianze utili a una teoria che aveva formulato quasi trent’anni prima, quando aveva composto
un trattato sulle sette reincarnazioni. L’opera prendeva in esame il percorso delle anime nelle Porte di Dur, il continente nel quale si svolgevano le sue ricerche. La parte più discussa riguardava la possibilità che alcune anime particolarmente dotate raggiungessero, attraverso quel percorso, una condizione di
illuminazione. Wright aveva cercato di descrivere come tale condizione potesse manifestarsi, soffermandosi sulle capacità di comprensione che apparivano eccedere l’esperienza della vita presente. Il suo problema maggiore consisteva nel distinguere questi casi dalle manifestazioni di talento e intuizione che potevano emergere senza offrire alcuna prova di
esistenze precedenti. Nel trattato aveva perciò esaminato insieme le conoscenze manifestate, la storia delle persone e le circostanze nelle quali quel sapere era emerso. Gli stessi interrogativi lo accompagnavano ancora quando gli giunsero le dichiarazioni del giovane inventore, inducendolo a
riprendere l’indagine. Nel racconto di Julian riconobbe una somiglianza con alcuni dei problemi descritti nella propria opera. A colpirlo fu soprattutto la presenza di un progetto concreto, grazie al quale il sapere interiore riferito dal ragazzo poteva produrre risultati accessibili anche a osservatori che non condividevano
la sua teoria. Wright volle esaminare i disegni e parlare con coloro che avevano seguito il ragazzo, senza limitarsi alla versione delle conversazioni ormai diffusa nei collegi. Dopo questi incontri indicò Julian come una possibile prova empirica delle proprie idee, precisando che la forza del caso dipendeva anche da
ciò che sarebbe accaduto mettendo alla prova l’invenzione. La filosofa Mevra Senn gli obiettò che il successo avrebbe dimostrato anzitutto l’efficacia del progetto. Per ricavarne conclusioni sulle reincarnazioni occorrevano ulteriori argomenti, altrimenti qualunque scoperta eccezionale avrebbe potuto essere rivendicata come conferma di
una vita precedente. Wright riconobbe il valore dell’obiezione e continuò a raccogliere testimonianze, senza rinunciare all’interesse per il giovane. Decise inoltre che avrebbe sostenuto la realizzazione dei cinque elementi anche prima di risolvere le questioni animantiche, poiché la possibilità di navigare il Non-Luogo meritava attenzione per
le conseguenze che avrebbe avuto sugli studi. Fra lui e Julian nacque così una collaborazione nella quale ciascuno inseguiva domande che l’altro poteva contribuire a chiarire. Il ragazzo trovò finalmente qualcuno disposto a dedicare tempo al progetto; Wright incontrò un caso nel quale la filosofia dell’anima si intrecciava con
una difficoltà materiale. Durante le loro conversazioni Julian tornava spesso a dire che le soluzioni provenivano da qualcosa dentro di lui, senza riuscire a precisare ulteriormente. Wright lo invitava a conservare quelle dichiarazioni nella forma più fedele possibile, evitando di modificarle soltanto perché una spiegazione più ordinata avrebbe potuto
convincere più facilmente gli altri. La sua prudenza non gli impedì di agire con decisione quando si trattò di cercare sostegno economico. New Numa disponeva di fondi abbondanti per le ricerche tecnomantiche, ma occorreva presentare il progetto a persone disposte a riconoscerne il valore e ad accettare
l’incertezza delle prove. Wright mise il proprio nome accanto a quello di Julian e preparò una relazione che collocava l’invenzione entro la lunga storia della Tradizione del Vuoto. Le domande di Venn, Tal e Avar mostravano quanto fosse importante ottenere testimonianze dirette; i disegni del giovane offrivano una possibilità concreta di
avvicinarsi a quel risultato. La richiesta distingueva ciò che era già stato esaminato da ciò che avrebbe potuto essere verificato soltanto dopo la costruzione. Su questa base vennero discussi le spese, gli obiettivi e le difficoltà previste, fino a ottenere il finanziamento necessario per
avviare il lavoro nelle officine.
Dai disegni alle officine
Julian vide i propri fogli passare nelle mani di artigiani e tecnomanti incaricati di trasformarli in elementi reali. Il ragazzo dovette imparare a spiegare ogni passaggio a persone che non condividevano le sue intuizioni e che avevano bisogno di conoscere con precisione
quale risultato fosse richiesto. La costruzione rivelò difficoltà che i disegni avevano lasciato nascoste, costringendolo a confrontare continuamente le proprietà previste con quelle effettivamente ottenute. Alcune correzioni nacquero proprio da questo confronto, mentre altre richiesero di tornare sulle relazioni fra le parti, prima di poter procedere alla
lavorazione successiva. Wright frequentava le officine e seguiva l’impiego delle risorse, cercando di mantenere un dialogo chiaro fra l’inventore e chi sosteneva il progetto. Sapeva che un ritardo poteva sembrare un fallimento a chi ignorava la natura del problema, e che una promessa troppo ottimistica avrebbe potuto
compromettere la fiducia necessaria a continuare. Quando il complesso prese forma, venne registrato con il nome di Navigator Set. La denominazione riuniva i cinque elementi sotto la funzione comune per la quale erano stati concepiti, ricordando anche agli esaminatori che non avrebbero dovuto confondere la verifica di una parte con
quella dell’intero insieme. Le descrizioni conservate nei registri rimandavano continuamente da un elemento all’altro, tanto che alcuni copisti proposero di abbreviare i riferimenti. Julian si oppose, spiegando che quelle indicazioni avrebbero aiutato i lettori successivi a comprendere dove una modifica apparentemente circoscritta potesse produrre conseguenze sul
resto del set. Le prime verifiche offrirono ragioni sufficienti per proseguire, ma non dimostrarono ancora che una creatura potesse compiere una navigazione completa. Alcuni finanziatori cominciarono ugualmente a chiedere se fosse giunto il momento di annunciare pubblicamente
la riuscita dell’impresa. Wright si oppose: mancava ancora la prova per la quale il Navigator Set era stato costruito. Occorreva impiegarlo nel Non-Luogo e confrontare le previsioni dei suoi artefici con le condizioni che un viaggiatore avrebbe effettivamente
incontrato. Wright si adoperò per ottenere anche questa possibilità, presentando i risultati e sostenendo l’interesse di una prova effettiva. Il suo intervento fu decisivo, perché senza qualcuno disposto a difendere quel passaggio il complesso avrebbe potuto restare per anni oggetto di esame, custodito fra le
altre invenzioni delle officine. Durante la preparazione Julian tornò sulle opere dei predecessori, rileggendole dal punto di vista di chi avrebbe dovuto orientarsi nell’immensità. Le pagine di Tal sulle distanze mobili e quelle di Calven sui limiti delle rappresentazioni assumevano adesso un’urgenza che nessuna discussione puramente teorica aveva saputo
restituire. Anche i registri di Seryn Avar vennero consultati con attenzione, soprattutto nei punti in cui dichiaravano apertamente ciò che non era stato compreso. Sapere che il Non-Luogo assorbiva e rilasciava immense quantità di energia obbligava infatti a considerare con particolare cautela ogni supposizione relativa alle
condizioni della traversata. La documentazione preparatoria raccolse obiettivi, osservazioni e questioni irrisolte, distinguendo ciò che si sperava di apprendere da ciò che era necessario verificare. Wright volle conservare anche le obiezioni, affinché un eventuale successo non spingesse i cronisti a raccontare come inevitabile un risultato che era rimasto a lungo
incerto. Quando la prima navigazione riuscì, l’impresa modificò il peso di tutte le discussioni che l’avevano preceduta. Una creatura priva delle caratteristiche di un extraplanare aveva percorso il Non-Luogo grazie a cinque elementi costruiti attraverso la tecnomanzia, e questa possibilità non apparteneva più soltanto alle
ipotesi dei trattati. Il ritorno consentì di confrontare quanto era stato previsto con l’esperienza della traversata, offrendo ai collegi un genere di testimonianza prima indisponibile. Gli studiosi iniziarono a esaminare le osservazioni raccolte, cercando di distinguere le condizioni incontrate durante quel viaggio da quelle che avrebbero potuto presentarsi lungo
altre rotte. La vastità del Non-Luogo impediva di trattare il percorso compiuto come una descrizione dell’intera cornice. I resoconti offrivano però un primo riferimento concreto per preparare nuove esplorazioni e confrontare ciò che sarebbe accaduto percorrendo
itinerari differenti. Julian non cambiò il proprio racconto sull’origine dell’invenzione e continuò a parlare di un sapere che sentiva provenire dall’interno. Per Wright, il successo rendeva ancora più importante studiare quella testimonianza, poiché le intuizioni del ragazzo avevano ormai dimostrato di poter produrre conseguenze verificabili
al di fuori della sua esperienza personale. Nel frattempo la notizia attraversò New Numa, passando dalle officine ai collegi e dalle residenze dei finanziatori agli ambienti del governo. Persone che avevano ignorato il nome di Julian cominciarono a cercarne i primi scritti, mentre il ruolo di Wright veniva ricordato da
coloro che sapevano quanto poco ascolto avesse inizialmente ricevuto il progetto. L’imperatore Kail Drumnhar, sovrano di tutta New Numa, fu fra i primi a comprendere la portata della scoperta. Richiese le relazioni disponibili e rivolse un’attenzione personale all’inventore e allo studioso, chiedendo di essere informato su
ogni sviluppo significativo. L’interesse imperiale diede alla ricerca un rilievo che nessuna controversia fra collegi avrebbe potuto procurarle. Divenne possibile discutere il futuro dell’impresa su una scala diversa, a partire dalla domanda se il Navigator Set potesse essere replicato con risultati sufficientemente fedeli a quelli del
primo insieme. La replica richiedeva che le istruzioni fossero comprensibili anche a chi non aveva partecipato alla costruzione originaria. Julian dovette quindi tornare sui propri appunti, spiegando passaggi che nelle officine erano stati risolti attraverso conversazioni e correzioni mai registrate per
intero. Questo lavoro mostrò quanto fosse difficile trasformare la conoscenza di un inventore in una capacità condivisa da più persone. Le intuizioni che gli erano venute spontaneamente dovevano assumere una forma trasmissibile, perché nessun artigiano avrebbe potuto affidarsi a ciò che Julian comprendeva senza riuscire ancora a
descriverlo. Con il sostegno ottenuto, il Navigator Set venne replicato dodici volte, portando a tredici il numero degli insiemi completi. I registri distinguevano accuratamente questi tredici complessi dai cinque elementi che componevano ciascuno di essi, poiché le prime notizie circolate in città avevano già provocato
confusione fra le due quantità. La disponibilità dei nuovi set poneva immediatamente il problema della loro assegnazione. Inizialmente si pensò di scegliere i navigatori secondo i meriti accademici, affidando all’imperatore Kail Drumnhar l’esame delle ricerche e delle competenze presentate da
ciascun candidato. Il sovrano sarebbe rimasto escluso da questa selezione, poiché uno dei tredici set gli era già stato riservato affinché potesse partecipare personalmente alle esplorazioni. Per gli altri si cominciarono a raccogliere testimonianze del lavoro svolto nei collegi, nella convinzione che la preparazione degli studiosi costituisse il criterio più adatto a
scegliere i futuri navigatori. Durante quelle valutazioni, tuttavia, acquistò importanza una circostanza che i titoli e le opere dei candidati non potevano descrivere. Le ricerche animantiche di Robert Wright riportarono l’attenzione su Julian Orwen Reddit e su una condizione che il giovane inventore condivideva con
l’imperatore stesso. Entrambi erano giunti alla settima reincarnazione, secondo il percorso delle anime studiato da Wright nelle Porte di Dur. Il loro caso tornava così a intrecciarsi con il trattato che lo studioso aveva composto quasi trent’anni prima dell’incontro con Julian, nel tentativo di comprendere ciò che un’anima potesse
maturare attraverso le proprie esistenze. Si cominciò a pensare che le settime reincarnazioni possedessero qualcosa in più, una disposizione ancora poco spiegabile che le rendeva particolarmente adatte alla navigazione nel Non-Luogo. Era un talento del quale si intuiva l’utilità senza riuscire a stabilire con precisione né l’origine né
il funzionamento. Non si sapeva come riconoscerne ogni manifestazione o tradurlo in un insegnamento, ma si riteneva che potesse accompagnare il navigatore là dove la sola preparazione accademica non offriva indicazioni sufficienti. Questa convinzione modificò progressivamente il criterio di assegnazione, spostando l’attenzione dalle conoscenze accumulate durante una vita al cammino compiuto
dall’anima. I meriti accademici conservarono il proprio valore, ma cessarono di essere la ragione decisiva della scelta: si decise di affidare i set a coloro che avevano raggiunto la settima reincarnazione. Julian e Kail figuravano fra i primi casi riconosciuti di quella condizione, e a ciascuno venne destinato uno dei
tredici insiemi. La notizia alimentò l’interesse per l’opera di Wright, mentre nei collegi si discuteva di quel talento inspiegabile e del peso che avrebbe avuto nelle esplorazioni. Lo studioso continuò a chiedere prudenza: riconoscere il percorso di un’anima richiedeva un’indagine che non poteva essere sostituita dalla fama della persona o dal desiderio di
vederla partire. Il mutamento dei criteri ebbe conseguenze anche per lui, che non aveva raggiunto la settima reincarnazione. Robert Wright aveva contribuito in modo decisivo alla realizzazione del Navigator Set, ma quando la scelta dei navigatori venne legata a quella condizione dell’anima non fu preso in considerazione per
l’esplorazione del Non-Luogo. I suoi meriti erano riconosciuti, ma non bastarono a ottenere ciò che il criterio inizialmente proposto avrebbe potuto consentirgli. Nella storia delle prime navigazioni si produsse così una distanza difficile da ignorare fra chi aveva reso possibile la partenza e
chi avrebbe potuto partire. Per Wright, seguire il progetto aveva significato accompagnarlo dai fogli di un ragazzo fino alle soglie dell’immensità. Ora avrebbe continuato a interrogare il Non-Luogo attraverso le testimonianze di altri, ascoltando descrizioni di ciò che non gli era stato concesso di
osservare direttamente. Chi scrive le cronache dell’impresa deve conservare questa circostanza senza lasciare che la fama dei navigatori cancelli il lavoro compiuto prima del loro ingresso nell’immensità. Le scoperte vengono spesso ricordate attraverso il nome di chi supera una soglia, mentre diventano più difficili da riconoscere le mani che hanno
reso possibile raggiungerla. Il contributo di Wright appartiene perciò alla storia del Navigator Set quanto i disegni di Julian e il sostegno dell’imperatore. La vicenda mostra inoltre come una ricerca sull’anima abbia potuto incontrare uno studio dei materiali, producendo conseguenze che nessuna delle due indagini avrebbe saputo ottenere
rimanendo isolata. Con la realizzazione dei tredici insiemi, la Tradizione del Vuoto si trovò davanti a una possibilità che i suoi primi maestri avevano potuto soltanto immaginare. Alle misurazioni raccolte dagli osservatori si sarebbero affiancati resoconti di viaggio, capaci di mettere alla prova le rappresentazioni ereditate e di
rivelarne altri limiti. Le opere di Sevel, Venn, Tal e Avar continuarono a essere consultate durante la preparazione delle esplorazioni. Le loro domande accompagnavano ora i navigatori: che cosa accadesse all’energia assorbita dall’immensità, da dove provenissero i suoi rilasci e quali rapporti si mantenessero fra
le parti in movimento. Rimaneva inoltre aperta la domanda di Tal su ciò che avrebbe potuto contenere il Non-Luogo, priva ancora di osservazioni capaci di trasformarla in un’indagine concreta. Ogni nuova possibilità di viaggio allargava dunque il campo delle ricerche, senza autorizzare a confondere l’accesso a un mistero con
la sua soluzione. Chi cercherà in queste memorie l’origine dei cinque elementi dovrà confrontarle con gli studi sui materiali e sulle relazioni che ne rendono possibile l’impiego. Le notizie storiche spiegano attraverso quali persone e circostanze l’invenzione prese forma; i resoconti delle traversate permettono invece di valutarne i risultati e
i limiti conosciuti. Perché le testimonianze possano essere confrontate senza errori, si conservi inoltre il nome completo dell’inventore, Julian Orwen Reddit, che alcuni registri delle officine riportano in forma abbreviata. Le tre lettere impiegate dai copisti corrispondono ai suoi due nomi e al cognome, secondo l’ordine nel quale egli li pronunciava quando
veniva chiamato a presentare il proprio lavoro: J. O. R. Nelle Cronache dell’Era Alabastro esse appartengono al giovane delle Porte di Dur che diede forma al primo Navigator Set. Chi le incontrerà accanto ai disegni dei cinque elementi ricordi anche Robert Wright, lo studioso che seppe ascoltarlo prima che tutta New Numa imparasse il suo nome.