Chiacchiera del Vicolo –
Il ponte e la voce
Dal diario di Vivienna Lespida, accolita di Pavona
Le Sette Lacrime
Andrea G. > Cabe Bedlam — Umano Mago
Francesco N. > Seikaku Shirakawa — Umano Guerriero
Elisa S. > Brigitta Torendatter — Nana Chierico
Giorgio D. > Hakujin Shirakawa — Umano Guerriero
Federico G. > 88um — Forgiato
Stanotte Pavona mi ha mandato un sogno strano. Non come gli altri. Gli altri arrivano morbidi, con i bordi d’oro che hanno le cose sacre. Questo è arrivato come arriva il freddo. Ho visto i miei forestieri uscire dalla villa di quella donna, Valeria. Fuori c’era qualcosa che non conoscevo. Una figura in armatura, ma l’armatura era la figura — metallo e ingranaggi e qualcosa dentro che non era carne. Una forma di vita che Pavona non aveva ancora nominato nelle sue nove confessioni, o forse sì e io non ho studiato abbastanza. I miei forestieri la guardavano con cautela. Poi la figura parlò. Disse di conoscere quella villa.
Il sogno si è spostato e mi sono ritrovata in un vicolo, davanti a delle pietre. Pietre bianche, lisce, che non sembravano pietre. Il mago si sedette sopra. Gli altri lo imitarono. E io, nel sogno, mi avvicinai anch’io senza potermi fermare. Dal basso veniva una voce. Non so dire se era una voce o se era qualcosa che la voce è il modo più vicino che ho per descrivere. Veniva da sotto la montagna, da un posto che non ha misura. Chiedeva. Rispondeva. Chiedeva ancora. Aveva la pazienza di chi aspetta da così tanto tempo che aspettare è diventato l’unica cosa che sa fare.
Poi la figura di metallo — che nel sogno aveva già un nome, 88um, un nome che sembrava un numero e forse era entrambe le cose — si avvicinò alle pietre. Le toccò. Entrambe. E divenne un ponte. Non so come descrivere quello che ho visto. La creatura sotto la montagna usò il corpo di 88um come si usa una porta — per affacciarsi. Per un momento il metallo e la voce antica furono la stessa cosa. La creatura parlò attraverso di lui. Disse che voleva essere libera. Disse che in cambio avrebbe fatto qualunque cosa.
Qualunque cosa.
Nel sogno quella parola risuonò in modo strano. Non come una promessa. Come un avvertimento travestito da promessa. Pavona mi stringeva la mano — o forse ero io che stringevo la mano a lei — e nessuna delle due disse niente. Poi la scena è cambiata ancora. La villa di Valeria, di nuovo. La donna dai capelli bianchi che parla sottovoce ai miei forestieri: proteggete la villa, dice. Se arriva qualcuno che non conosce il ragno bianco, non fatelo entrare. Poi si allontana e li lascia soli tra le sue stanze. 88um cominciò a ricordare. Questa stanza. Quella porta. Qui c’era qualcosa. Qui si scende. Le sue mani meccaniche trovarono due botole che il sogno aveva reso più scure di quanto fossero.
Scesero. L’odore nel sogno era quello che sa di chiuso e di tempo che ha smesso di scorrere. Stanze basse, ombre lunghe, e i miei forestieri che avanzavano con cautela.
Poi il sogno si è spezzato. Non gradualmente, come finiscono i sogni buoni. Di colpo. Come quando una candela si spegne e il buio è immediato e totale. L’ultima cosa che ho visto era qualcosa che non era quello che sembrava — una forma, un barile, una bocca, denti aguzzi — e poi niente.
Mi sono svegliata con il cuore che batteva troppo in fretta. Ho acceso una candela. Ho tracciato il trucco sulle palpebre, lentamente, come preghiera. Pavona, cosa c’è sotto quella villa?